Dimentichiamoci dei nostri corpi
che se ne stanno andando alla deriva
cullati da una nenia di giornate,
dai cinquecento passi che separano
il portone di casa dall'ufficio.
Sei volte li percorro se non conto
l'andata e il ritorno dalla scuola
cercando di evitare tutti i cani
(poco importa se piccoli o giganti).
Le pagine che scrivi: il fazzoletto
sporco col quale ti soffi lo spirito,
il lavandino bianco come il foglio
che devi ma non riesci a cominciare.
Si spunta la matita di ricordi:
le scatole scoperchiano la storia
di un mondo disegnato coi gessetti
che chiuso nei cassetti, chiuso a chiave,
volevi consegnato alla memoria.
Ricorda un po' la grazia del mattino
la luce che ora filtra dalle tende
che schermano lo specchio di finestre
spalancate dal vento marzolino.
Perché se ti assopisci dopo pranzo
non sempre nel risveglio ti ritrovi
al punto giusto del viaggio terrestre.
Talvolta devi chiedere un passaggio,
cercare un vecchio saggio che ti spieghi
le cose come quando eri bambino
se sono ancora tante le domande.
Oppure ti corregga quando sbagli,
un faro che ti abbagli nel tuo Maggio
del cuore masticato dalla rabbia,
dal dolore, dal sogno che ti manca
…