SPECCHIO
Quando mi baci non sono costretto
a metterti a fuoco.
Mi piace quando ti stringi a me.
Quando siamo vicini
non vedo le rughe,
non penso alle cose del tempo che passa.
E così stretti stretti in un abbraccio
mi affaccio a questo specchio, guarda, un taglio.
(25.03.03)
Il ragazzo (X)
Sveglio, al buio, si accorse che la sua vita non stava seguendo una trama. Il solo pensiero di un filo capace di legare insieme i suoi giorni lo spaventava.
Dove c’è un filo c’è un burattino, dove c’è un burattino c’è un Mangiafuoco che lo manovra, dove c’è un Pinocchio c’è la faccia di uno strano giornalista che quando lo incontri e gli chiedi: «che cosa stai facendo?», lui risponde che «tra una cosa e l’altra tira avanti ma…», ma che cosa? Intanto ha qualcosa da fare lui mentre guarda i libri e contemporaneamente si specchia sul vetro e controlla che i capelli siano a posto e che il gel abbia fatto presa e che gli occhiali non si appannino.
Immaginarsi come Pinocchio però lo rasserenava. Riusciva a pensare ad una sola cosa per volta: ora pensava a Pinocchio.
(fine)
Il ragazzo (IX)
All’improvviso tutto gli apparve lucido e prevedibile come se lo avesse voluto o saputo da tempo. Una notte da coniglio.
Sentì chiaramente il fondo del letto allungando i piedi. Una piccola speranza gli balenò davanti, scomparve e ricomparve come se fosse lei a rincorrerlo e non il contrario. Quella era la notte più lunga, quella che da tempo lo aspettava al varco, quella che nessuno mai vorrebbe passare e, tuttavia, prima o poi ti inghiotte.
La notte dei conigli e dei leoni, di chi si sente libero come cavallo lanciato nella corsa o belva di foreste inesplorate, notte di piccoli animali domestici. La notte in cui nascere o morire sono la stessa cosa, la notte polare che non accenna a finire, la notte dei ricordi e dei possibili futuri, la notte, notte e basta.
Un elettrico cantore mi prende per la mano e mi accompagna. Fratello ed amico mi guida tra le stelle fluorescenti appiccicate sull’armadio.
Il ragazzo (VIII)
Continuava ad entrare per la porta stretta, si accalcava, riposava il sudore del viaggio, a volte alzava la testa per guardare se la libertà fosse ancora davanti a lui.
Era carico, portava pesi ingombranti, si spostava al centro, saliva e riposava.
Si levava di dosso la prima pelle lasciandola cadere sul legno, la seguiva contento, sospirando, lo sguardo nel vuoto, assente in questa presenza di comodo dove la terra non può trasformarsi in fango e polvere al solo cambio di stagione.
Isola di quiete nel centro della città.
Continuava ad entrare unito ma diviso da una scelta fatta per la prima volta in quell’ora chiarissima.
Doveva essere eccitato assistendo alla piccola storia che cambia il suo corso, che si sdoppia per meglio comprendere le carte sparse. Invece se ne stava fermo fermo.
Scordata la presenza preoccupante, tutto diventava semplice e lontano. Nei valori terrestri concentrato non aveva più una sua fede, una certezza capace di tradursi in emozione.